
Caro diario,
è ben più di qualche giorno che sto pensando a cosa potrei scrivere, non ho avuto settimane che mi abbiano dato molti spunti, o forse si, talmente tanti che ho dovuto aspettare per poterli legare tutti insieme e vedere cosa volessero dirmi. Già da subito, sapevo che in questo nuovo articolo avrei parlato del fallimento, che, come diceva il mio amico e maestro Andrea Fazioli, nel suo ultimo romanzo, è un’arte…
Così, in queste ultime settimane, mi sono ritrovata a pensare, come al solito, a mille cose, «storie lunghe», come dico io quando inizio i miei racconti delle strane vicende che animano le mie giornate, e tra queste, a cosa significhi davvero per me un fallimento.
Qualcuno una volta mi disse che «non esiste fallimento se c’è apprendimento» e questa frase, insieme a un paio d’altre, è diventata una sorta di mantra per me. Mi ripeto continuamente che forse tutto ciò che accade è un insegnamento, che forse il miracolo non è ciò che si attende ci cada dal cielo, ma è il percorso stesso che ci porta al compimento. Così, in questo periodo è successo di tutto, ho studiato, ho scritto la tesi, mi sono appassionata, mi sono indignata, mi sono innamorata,… È un po’ come quando ti raccontavo del mio migliore amico: penso di fare sempre le cose come vanno fatte, mi inorgoglisco, perché IO sto dando il massimo; poi accade qualcosa, come una rottura rispetto al mio romanzo mentale a mille puntate, si perdono i pezzi, c’è un taglio non previsto, devo andare in fuori onda e mettere un riempitivo fino a che il problema non passa, e così, mentre ci lavoro, canto, lavo i piatti, canto, penso, lavo i piatti, canto, scrivo, ripenso, lavo per l’ennesima volta i piatti, e ripenso a quanto sia difficile, per me, forse per tutti, avere la consapevolezza che tutto quanto possiamo dire, fare, baciare (ma non era un gioco?), non dà sempre l’effetto sperato, che possiamo fare del male inconsapevolmente alle persone che amiamo, che i risultati delle nostre azioni, spesso e volentieri, sono diversi da come li avevamo calcolati, almeno a breve termine, e mi metto a ridere e a piangere insieme, e mi dico che forse dovrei pensare meno e vivere di più!
È oggi che mi rendo conto che se non avessi vissuto cose che ho vissuto, se non fossi stata bocciata quell’anno in seconda liceo, se non avessi provato quell’amore impossibile che mi ha incoraggiata a fare nella vita quello che desidero, se non avessi voluto così tanto bene a quegli amici che mi hanno delusa, ma che tutt’ora amo, se non mi piacesse così tanto quell’uomo così perfetto che una notte mi ha insegnato a calcolare le distanze tra i pianeti, ecco, non sarei io. E non avrei amato il greco, non avrei studiato filosofia, non scriverei ancora poesie, non continuerei a cantare, non ascolterei i concerti ad occhi chiusi e con la pelle d’oca, non saprei nulla di fotografia. E come potrei riconoscere le stelle?
Forse, trasponendo il titolo di Andrea Fazioli che citavo all’inizio, è questa la vera arte del fallimento: il non poter essere perfetti, l’amare follemente (dice Rondoni in Apocalisse Amore (Mondadori, 2008) «Voler bene ad una persona / è un lungo viaggio / rupi, cadute d’acqua e bui / improvvisi, dilatati / il chiuso di foreste, / lampi a volte / sul silenzio così vasto del mare / e strade sopraelevate, grida / viali immensi all’improvviso / in una luce sconosciuta. // Voler bene a uno, a mille, a tutti / è come tenere la mappa nel vento. / Non ci si riesce ma il cuore / me l’hanno messo al centro del petto / per questo alto, meraviglioso fallimento. // Sugli altipiani di ogni notte / eccomi con le ripetizioni e le mani rovesciate della poesia: / non farli stare male, sono tuoi, non farli andare via»), questo cadere, continuamente, il darsi sempre, gioire, vivere e imparare. Da tutto ciò che accade.
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