
Questo libro non solo non è “per anime bell’e fatte”, come spesso ricorda l’autore nel suo corso, ma non è nemmeno la classica lettura da pseudo intellettuale in spiaggia. Io nel leggerlo ho rischiato di abbandonare l’università a tre esami da una laurea in filosofia, ho lasciato a metà la tesi, ho anche lasciato, sempre a metà, la lettura dello stesso, il mio scrivere, tutto. Sembra un’esagerazione e in effetti lo è, perché quel che scrive e che chiede Davide Rondoni con la sua invettiva e la sua “Gran Proposta” è proprio questo: esagerare e non fermarsi a ciò che sembra comodo, più facile, a volte forse più attrattivo, ma inutile. Invece la poesia e la buona narrativa sono roba che scotta. Parole che incendiano. Parole che si sono accese. E che non lasciano più soli una volta che ti entrano nella carne e nell’anima.
Contro la letteratura è un pamphlet, una critica, per amore, a un sistema, che in alcuni può essere quello scolastico, che tradisce e svilisce la letteratura.
Davide Rondoni, poeta, con la forza che contraddistingue chi parla con amore, scardina quel modo scolastico, accademico di insegnare la letteratura italiana come se fosse “storia”. Occorre subito precisare, però, che la sua non è una lotta di categoria tra poeti e professori, ma vuole essere un dialogo che aiuti a prendere coscienza che per insegnare qualsiasi cosa, sia a scuola sia non, è necessario mettere in gioco per prima cosa la propria libertà: io non insegno qualcosa perché devo arrivare a fine mese, né perché devo dimostrare di essere colto, insegno perché amo ciò che faccio, perché il mio rapporto con ciò che insegno, con le persone a cui insegno, è un rapporto libero. Rondoni distrugge per ricostruire, critica e propone, la sua è una rabbia che stimola.
Un giorno un insegnante mi raccontava che avrebbe voluto, leggendo una certa poesia, parlare della propria vita ai ragazzi, ma si era trattenuto. Mi diceva: “Avrei voluto raccontare del mio desiderio di trovare anch’io un porto illuminato come quello di cui parlava quel testo”. Non lo fece. Somaro! Era la cosa più importante da fare. Il professorale pascersi del con- testo permette di fondare (a basso costo) la propria autorevolezza su una serie di nozioni che si detengono, invece che sulla vitalità e profondità di lettura e di confronto intelligente con la provocazione di una poesia o di un romanzo.
Un metodo pigro, forse, denso di pudore fuori posto, creato da chi non ha più amore per quello che fa, che vede l’insegnamento, la sua materia, la letteratura in questo caso, una serie di codici più o meno sofisticati, un sistema a cui trovare una soluzione. Eppure una soluzione non c’è perché non c’è nemmeno il problema: esistono storie di uomini, il raccontare la vita, ciò che stupisce, lascia immobile. E l’unico modo per entrare in rapporto con un’opera d’arte, ricorda l’autore, non è questo “detenere nozioni” e nemmeno l’essere appassionati, ma è l’entrare in rapporto con l’opera d’arte giocandosi tutta la propria libertà lì dentro, altrimenti, “quel rapporto estetico semplicemente non accade”, non vi sarà esperienza auratica.
Eppure, l’esperienza del bello è una delle esperienze più semplici e primitive del mondo, come l’amore, il canto, la poesia: lo racconta lo stesso Rondoni, ricordando un episodio della sua infanzia,
Così, letteratura non è avere “il culo dell’anima seduto comodo”, non è impartire nozioni più o meno rigorose (una volta un professore di un liceo nel quale ero andata a seguire una conferenza disse “X nacque lì e morì a Ivi”, come se ivi fosse un luogo fisico e non una particella latina per dire “nello stesso luogo”), ma è giocarsi l’anima, sentire gli occhi brillare leggendo Chesterton, Leopardi, Luzi; è accompagnare l’allievo in una ricerca del bello in un’epoca in cui l’unica qualità sembra essere la carineria, in un luogo in cui se qualcosa non porta beneficio, allora non vale la pena.
È proprio qui che la proposta di Rondoni, si fa perfetta e profetica: l’autore intende lasciare libertà agli studenti di scegliere se continuare, dopo un periodo di prova con le ore facoltative, a seguire quel corso.
Forse, dico perfetta e profetica perché capitata in uno dei momenti più importanti della vita, per quanto mi riguarda: il conseguimento di una laurea in una materia che tanto amo e tanto odio perché così mi è stata tramandata; perché se quando ho iniziato a studiarla era perché avevo visto l’amore negli occhi di alcuni miei professori, allo stesso modo poi ho visto come in realtà tutta questa bellezza potesse sgretolarsi in mano a “professoroni” con discorsi degni di Oscar, ma senza nessuno slancio negli occhi se non quello di potersi gloriare del numero delle proprie pubblicazioni: ricordo che a un esame un professore mi disse mentre gli dicevo la mia interpretazione del testo: “signorina, io non sono qui per sapere quello che pensa lei, ma per sentire cosa ha detto il filosofo”.
Ecco, forse è forte quello che dico, o forse mi sto allontanando troppo dalla mia recensione aggiungendo solo dettagli di vita personale poco interessanti, eppure sono sicura che quando Rondoni parla del “detenere le chiavi dell’enigma come la vecchia zia aveva le chiavi dell’armadietto dove c’era la marmellata”, dica anche questo: che l’amore per ciò che si studia va in malora nel momento in cui veniamo castrati dalle Istituzioni, ma ormai saremo avanti con gli studi e termineremo pur non amando più ciò che facciamo e a nostra volta diventeremo istituzione e castreremo i nostri allievi, e così avremo creato un circolo vizioso. Ecco perché “Contro la letteratura” è il saggio più forte che abbia letto: perché è sconvolgente e reale e forte a tal punto da mettere in dubbio un percorso di anni di studio, di letture, scrittura; perché è capace di accendere a tal punto che ogni lettore, in prima persona, voglia essere attore del cambiamento radicale che deve avvenire nelle scuole.
Perché “Contro la letteratura” non solo è una proposta per la scuola, ma un metodo, un cammino per la vita, perché non si sia persone risentite, perché il lavoro, l’insegnamento, non siano un modo come un altro per portarsi a casa la pagnotta, ma perché si sia anime vive, in cammino incessante verso la bellezza.
Perché il disagio, che è l’inizio di quel che gli antichi chiamavano timore, è un segno che ci troviamo forse alla presenza di qualcosa di veramente bello.
Il processo contro la scuola si alterna alle proposte. Rondoni con una sola parola sferra un colpo pesante alle fondamenta del sistema: «facoltativo». Non si può obbligare nessuno a leggere e a godere di certi autori o libri, l’effetto che si ottiene è quello che verifichiamo ogni giorno: odio e nausea verso ciò che dovrebbe essere percepito come “bello”. L’alternativa è un corso di “educazione alla lettura e alla interpretazione dei testi”, non obbligatorio, tenuto da insegnanti che sappiano “catturare” gli studenti, altrimenti che si occupino di altro; il principio di selezione è necessario affinché non si ripetano i danni visibili nel sistema classico.
Rondoni propone una rivoluzione: non ci sono risultati certi, ma non si può non provare a migliorare, la posta in gioco è troppo alta:
“Non ci sarà infatti ripresa di responsabilità rispetto alle faccende dell’economia, del lavoro e persino della politica che non nasca da una devozione e da una commozione capaci di attenzione al bello, e da sacrifici per il bello e il buono che un uomo vede dentro di sé e intorno a sé. Come se tra malora sociale e diseducazione al bello non ci fosse relazione…”
(p. 47)
L’insegnamento della lettura come educazione alla bellezza è un invito a un miglioramento che potrebbe influenzare tutti i campi della nostra quotidianità.
Ma la domanda che rimane è: siamo pronti ad essere liberi, ad attuare la Gran Proposta?
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