
Caro diario,
ieri, dopo una settimana di pieno silenzio, interiore ed esteriore, ho trovato sul mio iPad queste parole, che scrivevo poco più di un anno fa, esattamente l’8 di luglio 2016.
“Succede che accadano cose inspiegabili, che si facciano dei progetti, che delle vite cambino.
Prendi me: sono qui che scrivo a quest’ora, cercando di mettere in piedi un discorso sulla mia vita, mille volte più grande di me, che abbia un senso; prendi Faraaz, Emmanuel, Hornice, un ragazzo congolese di 20 anni annegato ieri nei Grigioni, che faceva il monitore a una colonia: era arrivato qui due anni fa per studiare, un ragazzo intelligente, che aveva imparato in fretta l’italiano, che faceva l’uditore in diverse scuole perché era curioso e aveva voglia d’imparare, che faceva il monitore nelle colonie delle nostre scuole, che amava la sua famiglia, Dio.
Tanti avvenimenti mi scuotono oggi, più degli altri giorni, forse perché sono tutti insieme, che si sovrappongono, senza un senso; forse perché non sono poi così forte da sopportare queste cose.
Ma è soprattutto una la cosa che mi sta perseguitando e credo concerna il merito: mi chiedo il perché di quello che ho, mi chiedo tante cose… Mi chiedo anche se questo mio sentimento di voler riscattare chi non ha o non ha avuto, questo mio fare continuamente del mio meglio perché qualcuno si accorga che anche io posso fare bene, sia giusto”.
Ti confesso che mi ero quasi dimenticata di ciò che avevo scritto, di come ero stata male in quell’occasione, ma ti confesso anche che, in fondo in fondo, sono contenta di ritrovarmi, a distanza di un anno, uguale, non inaridita…
A un anno di distanza mi ritrovo a fare le stesse considerazioni, dopo la morte inaspettata di un amico, che lascia una moglie e una figlia piccola, una vita piena di progetti, … E allora torno a chiedermi se ciò che chiamiamo dono effettivamente lo sia, se quella che percepiamo come ingiustizia si chiami realmente così, se l’attenzione che riponiamo in quello che facciamo e che viviamo sia reale o sia un capriccio dell’Ego.
In questa settimana mi sono ritrovata mille volte a pensare che bisogna dire “ti voglio bene” finché sei in tempo e che nella vita, che già è breve e non troppo facile da sola, non ci può essere il tempo per accogliere chiunque e qualsiasi cosa, se no finiamo per perderci dietro a cose o persone che assorbiranno la nostra energia e non ci daranno spazio per dedicarci agli altri, al resto…
Sono tanti i pensieri che mi verrebbero di getto in questo momento, ma non ci sono parole abbastanza giuste in questi momenti… Solo lo sgomento, il silenzio rispetto all’assurdità e al mistero e l’unica certezza e consolazione: amor omnia vincit.
Ti voglio bene, Cris!
A Cristiano, Bea, la piccola Anna
Se durassero per sempre
i ricordi, non chiuderei gli occhi
per cercare.
Invece li strizzo, tengo le mani
ripercorro strade.
Ti ho impresso negli occhi per sempre
come se mai dovessi rivederti.
*
Chi oserà dire eri
e non sei
oggi che è ottobre
e la pioggia cade
ha milioni di anni di vite
passate
Quanto bene
in questo vuoto i corridoi
in questi sogni
nel tutto,
domani di mai
*
Inizia ottobre il conto di anni
non esserci più
il fato le ombre sui fiumi
Ma le mani a cui ti hanno sradicato e questo cuore
che pare esploso di gioia le stelle
non bastano
a chiedere il ritorno di impronte
su cui imparare a camminare.
Dimenticarti per aspettare il tuo ritorno
e ritrovarti
quando rientrando chiederai
perché questo dolore
è durato così tanto.
*
Addio è funzione del tempo
le labbra a ricongiungersi
pronunciata la “o”.
Ci sveglieremo un giorno
senza più sole o carezze da farci
saremo stelle
rammaglianti universi.
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