
Oggi sono, sarebbero, 46… Che è poco meno dei giorni trascorsi dall’ultima volta che ci siamo visti, che è poco più del numero di giorni da cui è come mancasse, imprevisto, il respiro… E non esiste nemmeno la consolazione che c’è quando si è “da una vita”, dell’aver avuto “il tempo per…”: oggi è il giorno del tuo compleanno e nemmeno un’ombra da abbracciare.
Ho letto un articolo negli scorsi giorni, diceva che l’epidermide si rinnova completamente ogni 70 giorni: il 17 di novembre saranno passati esattamente i fatidici 70 giorni e sarà come non esserci mai conosciuti, o meglio, le mie guance non avranno mai conosciuto le tue, e lo stesso è stato o sarà per gli altri.
Eppure questa data rimarrà per sempre quella del tuo compleanno, come per sempre rimarrà anche questo mio non poterti fare gli auguri come vorrei, facendoti leggere i più belli che ho letto nella vita, quelli di Giorgio Caproni all’amico e collega Mario Luzi: «Io festeggio la tua intera vita!»…
Eppure mi ostinerò a far sì che date e volti e voci non vadano perduti nell’oblio, come è vero che ho imparato per tempo dal nonno a caricare l’orologio a pendolo o che anche ora mi siedo al capo del tavolo, come è vero che ho ricominciato a scriver di tragedie e a tenere alta la testa di fronte alle miserie quotidiane.
Questo è l’unico pensiero che riesco a far nascere oggi, quello che maturo da sempre: che l’unica cosa che conta è il mantenere, il ricordarsi, il rimembrarsi: che sono un tenere per mano, un riportare al cuore e alle membra, anche quando la scienza e il ricambio dei tessuti dirà “io non ti ho mai conosciuto” e continuare a festeggiarti sempre, tutta la vita che è stata, quella che, in altro modo, sarà!
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