
«“Cuore quarantena” è una raccolta di poesie nata dall’incontro con le storie contenute nell’Archivio Storico del Banco di Napoli e messe a disposizione dalla Fondazione in occasione del Premio “Il banco dei poeti”.». Esordisce così Giulia Bravi nella premessa al suo Cuore quarantena, che vanta trenta poesie divise in cinque sezioni, che cercano di accompagnare il lettore nella comprensione delle vicende della Napoli del tempo, tra omicidi passionali (Ecce homo 1590), giorni festivi (La luce della festa 1617), vendite di schiavi (Il prezzo del mare 1620), la peste, che colpì la città nel 1656 (Cuore Quarantena 1656) e gli ospiti dell’Ospedale degli incurabili (Gli Incurabili 1683 – 1763).
L’opera prima di Bravi si muove tra le mura della bella Napoli con la precisione del bisturi e una ripetitività («Che l’amore fosse sangue / lo imparò in ottobre» o «non riusciva a guardare / il sangue, non sapeva / leggere l’allarme / rosso …» o ancora «Che l’amore fosse sangue / e che il sangue fosse rosso / lo imparò in ottobre» e «- lo imparò in ottobre – / che la passione fosse sangue / rosso, punizione»), che la innalza a protagonista tra i protagonisti delle vicende. Versi lapidari, sentenze definitive, senza possibilità di redenzione, sotto gli occhi della croce che fissa gli amanti morenti: «E ora / un pizzico di terra / sopra il viso bellissimo / che non poteva essere tuo.».
Ma è in La luce della festa che Bravi si libera, per un attimo, dal tentativo di perfezione e dal ricalco dei suoi maestri e lì la poesia avviene, dove non è cercata, ma sentita.
«Lasciami sbocciare sui legni / e riempire gli altari. / Imitare i fiori, esserti dono / o tuo ornamento. / Lasciami dire questa primavera /che mi cresce: l’amore, il tormento».
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