Sostanza invisibile – Intervista a Mariangela Gualtieri

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© Melina Mulas

In occasione de L’immagine e la parola, l’evento primaverile del Locarno Film Festival, ho avuto l’onore di intervistare Mariangela Gualtieri, poetessa e fondatrice con Cesare Ronconi della compagnia Teatro Valdoca.

  1. Come nasce una poesia di Mariangela Gualtieri?

Non c’è una regola. Qualcosa dentro di me si accumula fino al punto in cui diventa urgente mettersi lì e scrivere, dare forma a ciò che sembra un dettato, o quasi un ordine che non si discute. So che tutto quello che vivo con attenzione acuta, poi potrà finire sulla pagina. So che nel silenzio si accumula potenza, come scrive Simone Weil e dunque lo pratico con grande agio. C’è poi lo stimolo che viene dalla lettura di altri poeti e poete, del passato e della contemporaneità. Senza il loro nutrimento tutto sarebbe estremamente più povero.

  1. Qual è la differenza tra un suo testo teatrale e una sua poesia

Si tratta di versi, in entrambi i casi, ma mentre la mia poesia al di fuori della scena è più lirica, celebrativa della vita e dei suoi molti aspetti,  forse anche più intima, la scrittura per il teatro può tentare l’epica, e questa è una grande possibilità per me.

  1. La sua è una poesia fortemente legata all’oralità, ha una funzione catartica, che ricorda davvero il teatro delle origini: si piange, ci si commuove, si torna a casa con la voglia di abbracciare anche i sassi, la si recita come un mantra… Come fa?

Ammesso che quello che lei dice sia vero, credo dipenda dalla cura che ho messo, negli anni, nella consegna orale della poesia. Recitare a memoria, guardando il pubblico negli occhi, potendosi quindi concentrare su ogni verso, davvero come se fosse un canto, col corpo quasi immobile ma pienamente partecipe ed energico, e poi l’uso appropriato di un buon impianto di amplificazione, ecco, tutto questo aiuta moltissimo l’ascolto, porta la parola in profondità e certo contribuisce alla resa di quello che Amelia Rosselli chiamava l’incanto fonico.

  1. Ricordo il nostro primo incontro, circa tre anni fa, ero venuta a sentirla a Cesenatico: ci parlava del porsi in ascolto e mi ricordo che disse «Anche quando le cose sembrano non dirti più nulla: cosa ha ancora da dirmi?». Ora, a distanza di qualche anno, le chiedo: porsi in ascolto in qualche modo vuol dire affidarsi al silenzio, ma come ci si affida al silenzio, quando siamo continuamente sollecitati da stimoli di ogni tipo?

Io credo che ci si debba educare al silenzio, all’ascolto e all’attenzione. E soprattutto all’astinenza. Chiunque abbia a che fare con l’espressione e con le arti, non può perdere il contatto col proprio mondo interiore, pena l’esaurimento della propria forza espressiva. Gli stimoli sono innumerevoli e spesso imperativi, ma noi possiamo ritrarci, proteggere noi stessi e le persone più fragili che abbiamo intorno. Stare continuamente allerta e non permettere a ciò che è fuori di noi di intralciare il contatto con ciò che è dentro di noi.

  1. In una realtà che sembra essere egoriflessa, lei diventa una sacerdotessa dell’infinito… Com’è possibile?

Tutti siamo più profondi di quanto voglia farci credere la norma. La poesia ci mette in contatto con una parte di noi che sta prima del nome e cognome, una parte nella quale tutti siamo molto somiglianti e visto da lì l’ego è un luogo di infelicità e ristrettezza,. Un luogo irreale.

  1. Una delle poesie che compongono il rito sonoro Bello mondo, recita: «Ringraziare desidero / per l’amore, che ci fa vedere gli altri / come li vede la divinità, / per il pane e per il sale, / per il mistero della rosa / che prodiga colore e non lo vede». Oggi per cosa desidera ringraziare?

Ieri sera ho incontrato nuovi amici e dunque oggi voglio ringraziare per l’amicizia, un sentimento che può nascere a qualunque età, fra età diverse, fra umani e animali. Dall’amicizia si hanno molte gioie, molte esortazioni e anche a volte salutari rimproveri. Si ride molto nell’amicizia, si impara molto.

  1. Bello Mondo: ce lo descrive in tre parole?

Da descrivere è davvero semplice: dal centro del palco recito a memoria miei versi, sostenuta a tratti dalla musica. Lo chiamo rito sonoro perché il rito tiene insieme visibile e invisibile ed agisce su entrambi. Qui l’invisibile è la nostra sostanza sottile, una sostanza che la poesia è in grado di modificare, magari impercettibilmente, ma in queste regioni il cambiamento di un millimetro annuncia una grande rivoluzione, la stessa di un paralitico che muove una falange.

 

Articolo pubblicato su: ExtraSette – Corriere del Ticino

 

 

 

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