Una fame da morire – Intervista al Dr. Alfred Kuhrmeier

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«Adesso ti farò delle domande, tante domande. Tu dovrai dare a tutte la stessa risposta, anche se ti dovesse sembrare assurda insignificante. Sei pronta?». Faccio ancora un cenno positivo con la testa, incerta se divertirmi o arrabbiarmi. Musto mi domanda: «che tempo faceva ieri?». «Pioveva a dirotto» gli rispondo pronta. «Ti senti grassa e infelice?» esito, ma lui mi incoraggia con la testa. «Pioveva a dirotto.», «Ce l’hai con i tuoi genitori?» «pioveva a dirotto.» intanto penso: «che cretina che sono…». Il gioco va avanti per un po’. Alla settima domanda lui si ferma. «Se questo gioco ti è sembrato stupido, dice, stavolta con aria severa sappi che è quello che fai tu da anni. Cos’è il cibo, se non la risposta alla fame? Ma tu rispondi cibo, sempre cibo e stupidamente cibo a tutte le domande e a tutti gli stimoli che ti può nella realtà. Mangi se hai paura, mangi se sei triste, mangi se sei arrabbiata. A qualsiasi domanda rispondi: “pioveva a dirotto”.». Certo è che ben trovata, suggestiva, forse truffaldine ma convincente. Il dottore legge le emozioni contrastanti sul mio viso e mi guarda chiaramente soddisfatto. «Ti do un compito per la prossima volta: bada, non ti dico di non mangiare, ti chiedo solo di raccontarmi a che cosa hai risposto ogni volta che mangiato. Vai pure a saccheggiare il frigo alla dispensa, ma almeno abbi il coraggio di capire a chi e a cosa stai rispondendo. Se poi avrai voglia di controllare un po’ quello che mandi giù, indicativamente mi piacerebbe anche che in tre mesi tu perdessi gli otto chili di cui ti ho parlato. Adesso puoi andare.» lo dice restando seduto, tanto che sono incerta sul da farsi. Poi, arrossendo mio malgrado, mi domando quanto gli devo. Lui mi guarda serio, come se mi rifiutassi ottusamente di capire: «otto chili, mi devi. Ci vediamo fra 15 giorni».

Si apre in un modo insolito questo articolo, con una lunga citazione da Una fame da morire della psicologa e scrittrice Gianna Schelotto, libro del 1992, ma di un’attualità devastante, perché bulimia e anoressia stanno diventando una malattia sociale tanto che, se è vero che fino a una decina di anni fa le bilance arrivavano a un massimo di 150 kg, oggi le troviamo con massimi che vanno oltre i 200 kg. Com’è possibile? Siamo consumatori coatti, che ingrassano a dismisura perché esasperati dai continui richiami all’acquisto o queste malattie toccano solo gli strati sociali meno abbienti perché le calorie costano poco e ci vuole meno impegno?

Certo non c’è una risposta definitiva alla questione, ma esistono tante ipotesi e noi siamo andati al Centro per la Cura dell’obesità della Clinica Moncucco per incontrare il Dottor Alfred Kuhrmeier, che ha risposto alle nostre domande.

Dottor Kuhrmeier, oggi l’obesità non è più rara, neanche per quanto riguarda i più giovani. Lei si occupa della parte chirurgica della questione. Quando un paziente viene da lei?

Nei minorenni la chirurgia è ancora un evento eccezionale, ma anche per gli adulti c’è un’attenta selezione: i requisiti per l’intervento chirurgico sono infatti molto restrittivi e cioè bisogna avere un BMI oltre 35, almeno due anni di diete complessive senza successo. Bisogna comunque sire che non tutti quelli che hanno questi presupposti vengono poi operati.

Per quanto riguarda bambini e ragazzi, il problema non si risolve con la chirurgia, ma a livello familiare e scolastico. Ci vuole una qualità, una misura nel mangiare. La chirurgia rimane sempre e comunque una soluzione estrema.

Come nasce l’obesità?

Dei comportamenti sbagliati. È anche per questo che selezioniamo i pazienti per l’operazione in base alla loro “idoneità”: alcuni pazienti sperano in un miracolo, mentre la chirurgia dà un “la” per cambiare vita, ma toccherà alla persona fare un vero cambiamento dello stile di vita e avere un comportamento nutrizionale diverso.

In un certo senso, possiamo affermare che l’obesità è considerabile una malattia cronica come possono esserlo la dipendenza dal fumo o dall’alcol: nel momento in cui si perde il controllo si ricade nella trappola.

Il mangiare può essere un meccanismo di compensazione, magari una depressione larvata, in cui la persona non sembra depressa, poi però questa compensa con il cibo tutto quello che può e così si può scoprire un disagio psichico anche attraverso il mangiare.

In un paese dove non c’è da mangiare non ci sono obesi. Anche mangiare poco e consumare poco può portare all’obesità. Altre cause possono essere invece di tipo metabolico…

Potremmo dire quindi che la chirurgia ha un effetto “Cura Ludovico” tipo quella di Arancia meccanica, cioè che toglie, in un certo senso, la libertà di mangiare grandi quantità?

Sì, anche se all’inizio è proprio il corpo a non avere fame, poi sì, c’è anche la questione dell’impedimento fisico che impedisce di mangiare più di un tot. È più avanti che la fame tornerà quella di prima ed è per questo che è necessario e indispensabile rimanere sempre sotto controllo medico per far sì che il successo sia completo.

Lo sport aiuta?

Lo sport senz’altro fa bene, ma fa venire fame! Insomma, da solo lo sport non rende magri, ma certamente aiuta nel bilancio di calorie positivo e negativo e nel rinforzo muscolare durante una dieta, perché non si perde solo il grasso, ma anche la massa muscolare e bisogna fare esercizio per evitare di avere dei problemi legati alla muscolatura, per esempio della schiena, in un secondo momento.

C’è una differenza tra obesità maschile e femminile?

Sì, quella della donna è un’obesità sottocutanea, mentre quella dell’uomo è viscerale: un uomo obeso può morire, mentre una donna obesa ha meno probabilità di morire di obesità. Questo è anche dovuto al fatto che c’è una minima obesità femminile strutturale, come si può notare in epoca rinascimentale: le donne hanno le curve e queste curve sono date dalla natura.

È possibile fare prevenzione?

Sì, anche se non sempre è facile. Perché se uno non ha sintomi, si pensa che sia tutto nella norma e quindi si interviene quando ormai la situazione è compromessa, mentre invece bisognerebbe prevenire sin da subito avendo un’alimentazione equilibrata. Come per i bambini: quando un bambino non ha voglia di mangiare, non lo si deve obbligare, perché non muore di fame se non c’è da mangiare. Un bambino mangia se ha fame.

 

Articolo apparso su ExtraSette del 22 novembre 2019

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