UNA FAME DA MORIRE

una-fame-da-morire«Adesso ti farò delle domande, tante domande. Tu dovrai dare a tutte la stessa risposta, anche se ti dovesse sembrare assurda insignificante. Sei pronta?». Faccio ancora un cenno positivo con la testa, incerta se divertirmi o arrabbiarmi. Musto mi domanda: «che tempo faceva ieri?». «Pioveva a dirotto» gli rispondo pronta. «Ti senti grassa e infelice?» esito, ma lui mi incoraggia con la testa. «Pioveva a dirotto.», «Ce l’hai con i tuoi genitori?» «pioveva a dirotto.» intanto penso: «che cretina che sono…». Il gioco va avanti per un po’. Alla settima domanda lui si ferma. «Se questo gioco ti è sembrato stupido, dice, stavolta con aria severa sappi che è quello che fai tu da anni. Cos’è il cibo, se non la risposta alla fame? Ma tu rispondi cibo, sempre cibo e stupidamente cibo a tutte le domande e a tutti gli stimoli che ti può nella realtà. Mangi se hai paura, mangi se sei triste, mangi se sei arrabbiata. A qualsiasi domanda rispondi: “pioveva a dirotto”.». Certo è che ben trovata, suggestiva, forse truffaldine ma convincente. Il dottore legge le emozioni contrastanti sul mio viso e mi guarda chiaramente soddisfatto. «Ti do un compito per la prossima volta: bada, non ti dico di non mangiare, ti chiedo solo di raccontarmi a che cosa hai risposto ogni volta che mangiato. Vai pure a saccheggiare il frigo alla dispensa, ma almeno abbi il coraggio di capire a chi e a cosa stai rispondendo. Se poi avrai voglia di controllare un po’ quello che mandi giù, indicativamente mi piacerebbe anche che in tre mesi tu perdessi gli otto chili di cui ti ho parlato. Adesso puoi andare.» lo dice restando seduto, tanto che sono incerta sul da farsi. Poi, arrossendo mio malgrado, mi domando quanto gli devo. Lui mi guarda serio, come se mi rifiutassi ottusamente di capire: «otto chili, mi devi. Ci vediamo fra 15 giorni».

Quando ho letto Una fame da morire di Gianna Schelotto mi sono subito sentita come a casa. Non perché il mio rapporto con il cibo sia patologico in un senso o nell’altro, ma perché l’autrice è sempre capace di portarti all’interno del libro dandoti la capacità di rileggere la tua vita partendo da ciò che hai letto. Non per niente Schelotto è una psicologa oltre che una scrittrice, ma al di là delle sue professioni lei ha proprio il dono di aiutarti a riconoscere e a guarire alcuni schemi della tua vita.

A me è successo così: quando ho cominciato a leggere questo libro avevo l’interesse di capire alcune dinamiche che possono nascere nelle persone con problematiche alimentari, poi però mi sono accorta che non solo stavo entrando nel mondo delle due protagoniste, ma che grazie a loro stavo capendo una porzione del mio. Un passaggio del libro che per me è stata la chiave di quasi tutto è quello che ho messo nella citazione qui sopra: qual è la risposta alle domande che mi pongo e che mi pongono? È il cibo? Il cibo può essere nella mia vita l’unica risposta?

Leggendo la prima storia, arrivata all’incontro col professore di filosofia e al rapporto prof-bignè-protagonista, ho cominciato ad avere un profondo senso di nausea che mi ha accompagnata per settimane alla vista di un dolce qualsiasi, stavo riconoscendo delle dinamiche viste e vissute e questo libro me ne stava dando la consapevolezza.

Gianna Schelotto, di cui già avevo letto Certe piccolissime paure Nostra ansia quotidiana, ancora una volta si è confermata per quel che mi sembrava di averla conosciuta: liberatoria, dolce, avvolgente, che non giudica.

Un libro che vale la pena di leggere e di regalare, soprattutto se si ha voglia di fare un viaggio all’interno di se stessi o di rivoluzionare la propria vita.

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