Lettere dalla ripartenza – Pollici Versi

Cari tutti,

quinta settimana dalla nostra ripartenza, giovedì, quarto giorno della settimana, terza lettera da questa nuova fase (e intanto siamo pure passati alla fase 3).

Se devo essere sincera, in quest’ultima settimana, il gelsomino non l’ho quasi visto, un po’ perché diluviava talmente tanto che sarebbe potuto tornare Noè con l’arca, un po’ perché partivo col buio e tornavo col buio praticamente -vabbé, non proprio buio, ma abbastanza tardi per aver giusto voglia di fare la doccia e andare a letto senza neanche mangiare, che per me in questo periodo sono le otto di sera: se arrivo a casa dopo quest’ora a malapena riesco a mangiare e a lavarmi i denti, perché poi voglio finire delle cose e la mattina dopo, neanche fossi un orologio, mi sveglio tra le 5 e le 5.30 senza la sveglia -, ho fatto avanti e indietro da scuola per via dei consigli di classe, e un po’ perché ho passato il tempo ad accompagnare degli studenti dell’università a fare gli esami da una stanza all’altra di Teams. E così non ho nemmeno visto voi, se non qualcuno per i corridoi o in stazione per caso. Però, non so, ma il presentimento è che tutta quest’acqua abbia appesantito un po’ i suoi fiori, magari alcuni sono pure caduti… non lo so, domani guardo e vi faccio sapere.

Questa settimana, più di altre, l’ho vissuta con giorni molto buoni e giorni un po’ più frenetici , con grandi idee e tanti pensieri e con l’impressione di essere un cesare, che può decidere le sorti di qualcuno. La storia, o comunque il racconto che gira intorno al pollice verso è questo: si dice infatti che nell’antica Roma l’imperatore, alla fine di combattimenti tra gladiatori, l’imperatore abbassasse il pollice (da qui pollice verso) per condannare a morte il gladiatore sconfitto, ma si dice anche che fosse il segnale fatto con il pollice utilizzato dalla folla di antichi romani per giudicare un gladiatore sconfitto. Per noi oggi, anche se il vero contesto in cui nacque questo modo di dire non lo conosciamo, il suo significato è “condannare”.

Ogni tanto penso a me insegnante e a me allieva e mi piacerebbe essere una mosca che volasse all’indietro nel tempo per vedere cosa dicevano i miei insegnanti di me e allo stesso tempo penso a me come insegnante e a come avrei giudicato me stessa quando ero a scuola: mi sarei salvata, elogiata, apprezzata oppure sarei stata dura, rigida e magari mi sarei pure stata antipatica? Avrei premiato la mini me o l’avrei bacchettata perché imparasse qualcosa?

In questi giorni ci ho pensato spesso, perché in questo essere chiamata ad insegnare, mi chiedo come insegnare e come essere efficace nel modo, nei tempi, nel resto. Mi chiedo se parlarvi di attualità, se farvi esempi che parlano di me o di amici per farvi capire meglio le cose sia giusto, come mi chiedo quale sia il modo migliore di valutarvi, di darvi queste note, che sembra siano il metro per, appunto, alzare o abbassare il pollice, per essere Cesari o gladiatori, salvati o condannati.

Compito fino alla prossima lettera: se doveste dire qualcosa al bambino che eravate, che cosa gli direste? Lo guardereste con amore o con un altro sentimento? E, se doveste dire qualcosa ai voi di 20 o 30 anni, che cosa gli direste? Se volete, al voi stessi del futuro, potete scrivere una lettera, metterla via, in un posto che siete sicuri vi ricorderete tra qualche anno, e poi tirarla fuori quando sarà il momento (manca un po’, eh) e leggere cosa vi eravate scritti.

Che dite, lo facciamo?

Vi abbraccio e vi riabbraccio, che almeno qui posso senza i due metri di distanza, fino alla prossima lettera.

Stella

Una replica a “Lettere dalla ripartenza – Pollici Versi”

  1. Avatar Lettere dalla ripartenza – Libertà – Stella N'Djoku

    […] speranza (o ripartenza). Siamo andati oltreoceano, abbiamo provato a ripensarci e siamo stati anche Cesare, l’imperatore romano e i […]

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