
Ho conosciuto Damiana De Gennaro l’estate scorsa a Cesenatico, in occasione dell’Atelier delle Arti, e ricordo ancora che la prima cosa che mi colpì di lei è la purezza, il suo guardarti con quegli occhietti vispi e il sorriso acceso dalla passione sorrentina per il suo mondo fatto di fiori, di letteratura giapponese, di scrittura…
Oggi mi ritrovo qui, un anno esatto dopo, a recensire il suo primo libro, Aspettare la rugiada, arrivato ieri, letto tutto d’un fiato, come si spacchetta un regalo. E davvero, l’opera prima di De Gennaro è un gran regalo: perché è semplice, minimo, senza la pretesa di dire in modi esagerati; è come un racconto finissimo, delicato, in cui si susseguono tensioni, attese, respiri che segnano le attese. E le mancanze.
cos’è questa danza a cielo spento / che ferisce con i fiori / e costringe a camminare?
Damiana racconta un viaggio in cui troviamo lo stupore e i silenzi che accompagnano l’innamorarsi, parla dei messaggi che arrivano sempre, «come treni senza orario / dal cuore verso i polsi – ».
Ho amato, dei suoi versi, l’accadere senza orpelli e carinerie, il fatto di essere così misteriosi e leggiadri, così pudici e spudorati al contempo in quell’amore non detto, che vorrebbe «fiorirti fra le labbra / disordinatamente – / come sanno fare i gigli / all’incurvarsi di settembre…».
Un amore che vorrebbe stringere, distrattamente, «per continuità di natura / che non scorre, non brucia».
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