Cari tutti,
Settimana cinque, giorno quattro, lettera tre.
I denti di leone sono diventati dei soffioni, le margherite sono nel pieno del loro splendore, la camelia resiste, il gelsomino ancora non fiorisce. Oggi è stata una giornata pallida, un giorno triste, di quelli che senti un grande tonfo, un vuoto improvviso. Oggi è morto uno dei miei scrittori preferiti in assoluto, Luis Sepùlveda: una di quelle persone che pensi non moriranno mai, perché tra di voi è come se si fosse creato, grazie ai libri, un legame invisibile e così grande, che è come se s’iniziasse a fare parte della stessa famiglia e quando l’ho incontrato, la sensazione è stata la stessa.
Ma non è solo questo a farmi pensare, ma anche i vari “sì, vabbè, ma ci sono anche altri problemi al mondo” e *ora insegna agli angeli a volare”. Ecco, se c’è una cosa che proprio non sopporto, ma penso che un po’ lo abbiate capito in questi mesi, è il vizio che abbiamo -tutti, mi ci metto anch’io-, a voler per forza dire la nostra. Mi spiego meglio e forse in maniera un po’ cruda, ma non tutto è necessario, le nostre parole, se sono vuote, se vogliono solo colpire, se non portano in sé la tensione della realtà, allora non servono, non sono necessarie; e con questo non intendo che non dobbiamo esprimerci, che dobbiamo reprimerci, ma che per esprimerci, su qualsiasi questione, dalla farinosità delle mele, alla ricetta per la piadina, alla mentuccia sulle zucchine trifolate o ancora al perché un libro ci è piaciuto o meno, o perché un autore, una persona, un profumo ci fanno battere il cuore e sentirci più vicini all’infinito oppure no, ecco, per esprimerci su tutte queste cose almeno due sono i nostri strumenti fondamentali: la conoscenza e lo sguardo.
In questi giorni ne ho parlato molto spesso, di questo e della separazione, con la mia amica Valentina, che ha appena perso la nonna. Valentina è una fotografa e più spesso in questi giorni abbiamo parlato delle immagini, di fotografia, dei ricordi: se e quando sbiadiscono i profumi, le sensazioni, le immagini che abbiamo impresse in noi o le fotografie, ci aiutano a non dimenticare, a riportare il nostro sguardo e il nostro cuore a quel momento che abbiamo voluto imprimere. Nel suo lavoro, come nel mio, come nel nostro, l’elemento fondamentale è lo sguardo, sguardo che, se vi ricordate, è anche il nostro strumento primario di conoscenza del mondo. Vi ricordate? Se oggi il mondo mi fosse estraneo, se oggi mi svegliassi per la prima volta, la prima cosa che mi aiuterebbe a conoscere il mondo sarebbe guardarlo, osservarlo, studiarlo, e poi cercherei di dare un nome a quello che vedo. E la vita, tutta la nostra vita, è un cercare di dare un nome alle cose, che, pensiamoci un attimo, prendono il nome a seconda di come le guardiamo: se siamo estranei ci chiamiamo per nome, se invece entriamo in rapporto con una persona, il suo nome diventerà un altro, un po’ come succede tra gli innamorati, tra gli amici, ma anche in famiglia: magari siamo il “cuore” di qualcuno, il suo “pulcino”.
Tutto è una questione di sguardo. Noi siamo il frutto di uno sguardo: dei nostri genitori che si sono scelti, e i loro genitori prima di loro, e così via.
E in tutto, anche nella separazione, che può essere quella dei nostri genitori, quella dai nostri amici o la perdita di qualcuno che amiamo, è necessario allenare il nostro sguardo al ricordo, di cui parleremo più avanti magari, ma che è un riportare al cuore (per i latinisti, vedete la radice di cor, cordis = cuore, in “ricordo”?”.
Oggi sono pensieri sparsi, nella prossima lettera vi prometto una struttura 🙂
VI abbraccio e vi voglio bene,
Ci sentiamo alla prossima lettera,
Un abbraccio,
Stella
P.S.: Se non avete mai letto nulla di Luis Sepùlveda, è il momento per iniziare (il mio primo libro suo fu La gabbianella e il gatto, il cui titolo completo sarebbe Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (c’è anche il cartone animato, con la voce originale di Sepùlveda)). Se avete già letto qualcosa di suo (anche senza sapere che fosse suo) allora sarà bello continuare!
P.P.S.: Qui sotto vi lascio una poesia di Luis Sepùlveda, dal titolo La más bella historia de amor, che mi ha segnalato l’amico Antonio Nazzaro.
L’ultima nota del tuo addio
mi disse che non sapevo nulla
e che arrivavo
al tempo necessario
di imparare i perchè della materia.
Così, fra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.
Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.
Che i solfeggi e i sol
raddoppiano la fame dell’orecchio
Che è la strada e la polvere
la ragione dei passi.
Che la via più breve
fra due punti
è il giro che li unisce
in un abbraccio sorpreso.
Che due più due
può essere un pezzo di Vivaldi.
Che i geni gentili
stanno nelle bottiglie di buon vino.
Una volta imparato tutto questo
tornai a disfare l’eco del tuo addio
e al suo posto palpitante scrissi
la Più Bella Storia d’Amore
ma, come dice l’adagio,
non si finisce mai
d’imparare e aver dubbi.
Così, ancora una volta
facilmente come nasce una rosa
o si morde la coda un a stella cadente,
seppi che la mia opera era scritta
perchè La Più Bella Storia d’Amore
è possibile solo
nella serena e inquietante
calligrafia dei tuoi occhi.
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